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su VON – la cosa aliena

Con qualche appressione mi sono avvicinato alle prove di recupero di VON, dopo tanti mesi di pausa. A parte il sollievo di ritrovarlo presente e vivo, nuovi pensieri e riflessioni si affacciano nella testa e per coincidenza o meno, ritrovo in un testo che leggo straordinarie assonanze….

“…una Cosa impossibile e/o traumatica, come la Cosa Aliena nei film horror e di fantascienza.

Quale prova migliore della prima scena di Guerre stellari del fatto che questa Cosa proviene dallo spazio profondo?

In un primo momento, tutto ciò che vediamo è il vuoto:

il buio spazio infinito, l’abisso dell’universo sinistramente silenzioso, costellato di stelle luccicanti sparse che, più che degli oggetti materiali, sono dei punti astratti, dei segnali di coordinate spaziali, degli oggetti virtuali; poi, improvvisamente, sentiamo un rombo in Dolby stereo che proviene da dietro, dal nostro recesso più intimo, in seguito l’oggetto visivo fonte del rombo stesso: la gigante astronave, quasi una versione spaziale del Titanic, fa il suo ingresso trionfale nella struttura della realtà-schermo. L’oggetto-Cosa è, quindi, chiaramente rappresentato dalla realtà: l’intrusione dell’imponente Cosa sembra portare sollievo, annullando l’horror vacui causato dalla continua osservazione del vuoto infinito dell’universo. Tuttavia, e se avesse l’effetto contrario? Cosa succederebbe se il vero orrore coincidesse con l’apparizione di Qualcosa (l’intrusione di un Reale eccessivamente imponente) laddove ci aspetteremmo di trovare il Nulla? Questa esperienza del ‘Qualcosa (la traccia del Reale) invece del Nulla’ sta forse alla radice della domanda metafisica ‘Perché c’è qualcosa invece del nulla?’…”

da “Tarkovskij: la cosa dallo spazio profondo”

Salvoj Zizek

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processi creativi

Appunti sparsi e incompiuti n.2

Torno a casa e ho capito.
Esistono danze, al contrario, torbide e notturne?
Una drammaturgia coreografica chiara versus drammaturgia notturna.

“Un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”
Kafka – lettere – da “Letteratura come utopia” di I. Bachmann

Il movimento fugge.
Si riferisce e utilizza mappe, schemi.
Sempre parole
ma sfugge a una definizione perfetta.
Possiamo leggerlo, riprodurlo secondo alcuni schemi, tessuti corporei, idee.
Il corpo che agisce è più grande dello schema.
Così come il paesaggio non può essere identico alla mappa.
Il luogo oscuro che lo accompagna ne rende la vita.

Josè Gil, Jeanne Favret Saada, Deleuze, Spinoza.
Meccanismi della comunicazione.
Comunicazione magica.
Filosofi e antropologi amati dai coreografi.

Distinguere una macro percezione e una micro percezione.
Ad esempio -Un sorriso-
nella macro percezione.
Nella micro percezione lo stesso sorriso è sorriso e al tempo stesso possiede molti altri segni e segnali.
Micro segni che si rivelano, appaiono, si percepiscono, e soprattutto – si ricordano.
A molti capita prima o poi l’esperienza – Era una sorriso? Non c’era qualcosa di strano in quel sorriso?
Attraverso le micro percezioni si rivela ciò che si nasconde, ed appare ciò che è invisibile.

Nello shiatsu, durante la diagnosi del paziente si individuano i jitsu e i kyo.
L’elemento più jitsu e l’elemento più kyo.
Il jitsu è il troppo, ed anche ciò che appare subito – una macro percezione.
Il kyo è il troppo poco, ciò che è nascosto – una micro percezione.
Nella diagnosi shiatsu e secondo modelli della filosofia orientale, il disequilibrio, la sua origine e la conseguente cura è sempre nel kyo. Nel troppo poco, in ciò che si nasconde.

Se il movimento è sfuggente e non può essere riprodotto esattamente, è sfuggente interamente – nella sua interezza.

Un movimento ha, è, un poli-significato ma è anche poli-significante.

Se un movimento è per sua natura sfuggente ad una perfetta organizzazione e decodificazione appare almeno bizzarro il tentare di ricondurre la danza ad una perfetta interpretazione di macro segni-segnali e significati.

Natura doppia del corpo e del movimento.
Contatto di segni esterni e forze invisibili.
Errori di lettura
“..capita altresì che quello stesso lettore sia incapace di approfondire del tutto l’idea o l’emozione che il poeta gli offre, e in cui ha il torto di non vedere che metafore forzate o freddi concetti. Non è colpa di Shakespeare, ma colpa nostra, se, quando il poeta paragona il suo amore per il destinatario dei Sonetti a una tomba pavesata di trofei delle sue antiche passioni, noi non sentiamo garrire su di noi tutti gli stendardi dell’epoca elisabettiana. Non è colpa di Racine, ma è colpa nostra…”
M. Yourcenar- “Fuochi”- introduzione.

Leggere un testo poetico cercando una narrazione da romanzo o racconto che evidentemente non c’è.
Come leggere un testo in lingua francese secondo la grammatica tedesca.

“L’unica critica possibile è la lettura, come la sola critica musicale possibile è suonare la musica…”
George Steiner
Ma per leggere bisogna conoscere la lingua.

L’importante è non chiedere -ma di cosa ha bisogno il pubblico?
E soprattutto è importante non pensare di poter dare una risposta. La risposta.
Se il pubblico lo sapesse potrebbe creare le proprie danze esattamente come vuole e in ogni momento.
Di certo se molti artisti si fossero fatti questa domanda molti capolavori non sarebbero mai nati e molte opere ora adorate, e strapagate, non esisterebbero.

Ma la domanda è sbagliata.
Si spera che il pubblico -che non è uno- non sappia ancora di cosa abbia bisogno.
E la domanda nasconde l’intenzione e la natura di chi la pone. Il kyo. Ciò che manca.
La frustrazione.
Commutata in dogma.

Porre domande più difficili.

Essere plurimi. Essere contro un’ unica lettura.
…”
D.A.

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processi creativi

Una domanda a Francesca Proia

Daniele Albanese:

“Questa frase che metti all’inizio del testo per HOW TO GROW A LOTUS: “L’individuo riceve un’immagine e l’energia che contiene. Prima o poi diverrà un tutt’uno con lei, e per suo tramite sarà d’un tratto trasformato” di Joan Skinner, mi colpisce particolarmente. Anche per la mia biografia, ho studiato con tanti insegnanti e ricercatori di Release Technique durante la mia formazione, alcuni poi divenuti Skinner Release…che usa un vocabolario più poetico rispetto al Release Classico.

Mi piacerebbe chiederti qualcosa su questa frase in relazione ai tuoi studi di yoga e insieme ad una tradizione altra rispetto a quella occidentale.

Lisa Nelson a volte quando insegna dice – prima lavori con l’immagine, quando poi la dimentichi allora la possiedi”.

 

 
 

Francesca Proia

“Mi viene in mente l’immagine magica. Il simbolo. I simboli, in ogni tradizione, sono un linguaggio della mente. Più sono astratti, più vanno nel profondo. Attraverso le immagini, quindi, si può dialogare con una parte della mente che non è immediatamente connessa alle ragioni del vivere quotidiano. Ma il simbolo, l’immagine è solo una chiave, perché poi, a partire da lì il dialogo è tutto da inventare. Il contenuto della mente è da esplorare momento per momento. In questo senso allora, per riprendere la frase di Lisa Nelson, l’immagine va dimenticata: va “usata” solo per il tempo strettamente necessario. Non deve diventare oggetto di venerazione in senso artistico. Costruire artisticamente con l’attaccamento a immagini esterne non fa parte del mio lavoro”.

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